L’Islam oggi in Albania

L’Islam oggi in Albania

Quel che sopravvive della religione principale nel Paese delle aquile, in equilibrio fra minareti e strani odori

Pier Giorgio Taneburgo

S’inaugura la moschea più grande. Passando per le vie del centro di Tirana, si costeggiano le sponde del fiume Lanë. Agli inizi di questo decennio Edi Rama, essendo sindaco della città, volle bonificarle, liberandole da molti localetti e bar abusivi. È poco più d’un canale, specie al confronto con altri corsi d’acqua più consistenti.


Poco dopo aver attraversato la zona in cui sorge la cattedrale cattolica di San Paolo, si nota un grande cantiere aperto, con il Lanë a due passi. Costruiscono la nuova moschea della capitale, destinata a diventare la più grande del Paese. Abdullah ibn ‘Abbâs, gran teologo, custode della tradizione del primissimo Islam e contemporaneo del suo più famoso cugino Maometto, ha riportato le parole dette da quest’ultimo: «Chiunque costruisca una moschea per Âllâh, anche piccola come il nido di un uccello, Âllâh gli costruirà una casa in paradiso».

Spesso in Albania, data la povertà di mezzi, la promessa di felicità e di salvezza si mescola con un puro e semplice proselitismo. A finanziare i lavori di molti edifici sacri musulmani sono i Paesi legati tradizionalmente da antica amicizia al governo albanese, in particolare la Turchia, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti. Anche a Bushat, in diocesi di Scutari, nonostante vi sia già una moschea funzionante, hanno finito di realizzarne un’altra, più grande e più bella.

Moschee nuove, stadi nuovi. Laddove i musulmani non avrebbero bisogno di nuove moschee, ne realizzano alcune a scopo di propaganda e come segno forte, parlante nel territorio. Così per esempio nella zona scutarina, dove la percentuale di cattolici è buona. Invece, dove i musulmani non hanno motivo di temere nessuna concorrenza, le moschee si notano di meno o sono mantenute in cattivo stato. In tante occasioni si lanciano ponti e si ospitano in Albania formazioni di provenienza islamica: teatrali, cinematografiche, musicali, folkloristiche, calcistiche. Per la riapertura dello stadio di Scutari dopo i lavori di ristrutturazione, il 31 agosto 2016, la Nazionale di calcio del Marocco è stata invitata per una partita amichevole: Albania - Marocco, 0 - 0.

I martiri non cristiani. Sempre succede che cinque volte al giorno sentiamo l’invito alla preghiera, registrato con il canto in arabo di alcuni versetti del Corano, e diffuso con degli altoparlanti in tutte le zone principali della città. Molto adatto per ricordare anche a noi cattolici di dover pregare con fede il Signore. Del resto, non furono pochi i musulmani che durante il regime comunista persero la vita, anch’essi perseguitati da chi pensava di occupare il posto di Dio nel cuore dei credenti. Il martirio è una categoria teologica importante anche per il dialogo interreligioso.
Il 4 novembre 1990, al cimitero cattolico di Rrmaj, a Scutari, si celebrò la prima Messa in pubblico, mentre il regime non era ancora caduto. E conseguentemente, il 16 novembre, di venerdì, anche i fedeli musulmani si riunirono per la preghiera alla Moschea di piombo, la più antica della città, alle pendici del castello di Rozafa. Così si riusciva a liberare un popolo per troppo tempo tenuto in catene. Rialzava la testa l’Albania che aveva sofferto, versando il suo sangue. E di questo, oggigiorno, avrebbe molto bisogno il popolo albanese, che, a differenza di quanto accade in altri Stati come la Romania, non conosce, o sembra conoscere appena, gli strumenti adeguati della protesta sociale come lo sciopero, le manifestazioni di piazza, i movimenti d’opinione culturale o di opposizione politica degni di tale nome.

Il rischio della radicalizzazione. A Scutari e nel Kosovo si ascolta Radio Maria in albanese, ma è alquanto forte il segnale della radio religiosa islamica, che trasmette anche programmi di educazione civica, con nozioni basilari di igiene, economia domestica, ecc. Il grande pericolo è che si diffondano esempi di fondamentalismo e radicalismo dal Kosovo, che pare ospiti cellule del sedicente Stato Islamico. L’appello alla jihad o “guerra santa” è stato fatto anche in lingua albanese, purtroppo. E tutti gli italiani sono ben consapevoli che l’Albania rappresenta non solo una terra di passaggio, ma anche un ponte fra l’Oriente e l’Occidente, oggi si potrebbe dire fra gli islamisti fanatici e campi sempre nuovi, liberi e aperti, di reclutamento e proselitismo.

Albania chiama Turchia e altri. A Scutari, centro culturale abbastanza rinomato per gli studi superiori, esiste una scuola islamica, frequentata da giovanissimi che giungono anche dalla Macedonia e dal Montenegro. Si seguono tutte le materie previste nell’ordinamento statale e, in più, ore di religione islamica. Gli studenti convittori si trattengono a volte nella moschea, seduti per terra a respirare l’aria della loro fede. È bello vederli, poiché i loro vestiti sembrano volersi impregnare di sacro e di tradizione. Esiste anche una scuola superiore avviata dai musulmani turchi, ove le studentesse frequentano rigorosamente vestite in divisa, grazie anche al servizio bus che, per rilevarle, compie ogni giorno il suo giro, prima e dopo le lezioni.

Voli frequenti si realizzano fra Tirana e Istanbul, anche con compagnie aeree a tariffe basse. Infatti, esistono rapporti commerciali preferenziali con la Turchia, che si avvia ormai a diventare una repubblica presidenziale e registra, una dopo l’altra, le svolte autoritarie di Erdogan. Non è difficile prevedere serie conseguenze in quello che un tempo si proponeva come esempio di Stato laico e multiculturale. In tanti villaggi intorno a Scutari la moschea è proprio vicinissima alla chiesa cattolica, segno evidente di un’armonia che vorrebbe sempre più assicurare agli Albanesi rapporti di convivenza pacifica. Papa Francesco l’ha sottolineato in occasione della sua visita a Tirana, il 21 settembre 2014.

Sunniti, sciiti e molti altri. La Chiesa di Roma sta facendo tutto il possibile per creare occasioni d’incontro con i musulmani. Vorrebbe consolidare un dialogo franco col maggiore centro religioso sunnita, l’Università di Al-Azhar, al Cairo (Egitto), e con la comunità degli “Ulema”, i saggi di quella grande fetta dell’Islam, che hanno già preso le distanze in modo netto dai jihadisti. Invece l’Islam sciita ha avuto come luogo di sviluppo l’Iraq, Paese in cui si trovano i suoi maggiori santuari. In Iran, poi, aderisce ad esso la maggioranza assoluta dei credenti musulmani. Un caso a sé è la popolazione curda irachena, che nella quasi totalità è di fede sunnita. Dunque, anche il mondo musulmano è parcellizzato, anzitutto dal punto di vista geografico, sociale e culturale, in arabo e non arabo; poi in numerose denominazioni e riforme di tipo religioso.

Il filosofo che s’interrogava. Un vero pioniere del dialogo islamo-cristiano fu il prof. Louis Massignon (1883-1962), teologo e orientalista francese. Moltissimo si potrebbe raccontare su di lui, nel senso della consapevolezza donata e dell’educazione popolare riguardo a questo scambio. Scriveva Jacques Maritain ne Il contadino della Garonna (1966):
«Accade così che - è una vera gioia constatarlo, - scienziati cristiani aiutino dei non-cristiani a veder più chiaro nei loro problemi e in ciò che sta loro più a cuore e vi riescano davvero meglio dei puri razionalisti. L’opera di Louis Massignon, per ciò che riguarda l’Islam, fu esemplare da questo punto di vista. [...] Non vedo del resto perché scienziati e eruditi non cristiani non potrebbero anche aiutare noi, proprio noi, a chiarire meglio certi nostri problemi. Anzi mi auguro che uno di essi studi, dal proprio personale punto di vista e alla luce delle proprie tradizioni, san Giovanni della Croce, ad esempio, o Padre Surin, come Massignon ha studiato Hallaj» (Il Cerchio, Rimini 2009, p. 86).

Tranquilli, non puzzano! Il guaio è che dai vertici del pensiero maritainiano o della mistica di Massignon si è costretti obbligatoriamente a scendere. Difatti in Albania, incredibile a dirsi, molti pensano, specie sul versante cattolico, che i musulmani puzzino. E non perché non usino lavarsi, ma per un fatto congenito, essenziale alla loro persona e, dunque, al loro credo religioso. Proprio come per i musulmani sono gli ebrei ad avere incontestabilmente un cattivo odore. Segno evidente del fatto che alcuni pregiudizi inveterati fanno un’enorme fatica a morire, nonostante ci troviamo nel terzo millennio e la globalizzazione imperversi, mentre Trump sembra essere l’unico ad osteggiarla.
Leggiamo e documentiamoci, allora, visto che bisogna anche saper rispondere a coloro che mostrano scienza e sicumera nel gestire le sfide quotidiane del dialogo. L’armonia e le relazioni nuove possono sbocciare soltanto dal rispetto e dall’amore vicendevole tra i timorati di Dio. Senza trascurare la necessaria alfabetizzazione socio-culturale e gli eventuali disturbi dell’olfatto.